SIAMO SOLO GLI ULTIMI SOPRAVISSUTI? Il cambiamento climatico e le civiltà sommerse
Aggiornamento: 4 ore fa
Le zone segnate in rosso nell’immagine rappresentano le terre emerse del centro del Mediterraneo che sono state sommerse a causa dell’ultimo scioglimento dei ghiacciai. È un fenomeno che non riguarda solo questa parte del mondo: tracce dello stesso processo sono visibili in moltissime regioni del pianeta, a qualsiasi latitudine. E non stiamo parlando di milioni di anni fa. Stiamo parlando di circa 14.000 anni fa, un periodo sorprendentemente vicino a noi se rapportato alla storia della specie umana. Il cambiamento climatico e le civiltà sommerse è un argomento che ci riguarda in prima persona.
Un Nord America completamente diverso
Durante l’ultima glaciazione enormi quantità d’acqua erano intrappolate nei ghiacci e il livello degli oceani era molto più basso di oggi: ampie porzioni delle attuali piattaforme costiere erano quindi terre emerse, mentre a nord vaste calotte glaciali ricoprivano gran parte del Canada e degli Stati Uniti settentrionali. Con il rapido riscaldamento iniziato alla fine del Pleistocene, i ghiacci si ritirarono, il livello del mare salì di decine di metri e interi paesaggi costieri vennero progressivamente sommersi, dall’Atlantico al Golfo del Messico fino al Pacifico. Anche qui, quindi, la geografia abitata dagli esseri umani cambiò radicalmente in poche migliaia di anni: coste, pianure e vie di migrazione che un tempo esistevano oggi si trovano sotto il mare.

L'Oceania di oggi non esisteva
In Oceania il cambiamento fu ancora più evidente. Durante l’ultima glaciazione, con il livello del mare molto più basso, Australia, Nuova Guinea e Tasmania facevano parte di una massa continentale molto più estesa, oggi indicata come Sahul, mentre vaste pianure costiere occupavano aree che attualmente sono sommerse. Con lo scioglimento dei ghiacci e la risalita degli oceani, quelle terre vennero progressivamente invase dall’acqua, separando regioni che prima erano collegate e trasformando profondamente coste, rotte migratorie e territori abitabili. Ciò significa che una parte importante dei paesaggi frequentati dalle popolazioni preistoriche dell’Oceania non è scomparsa perché distrutta dal tempo: si trova semplicemente sotto il mare. Vaste aree dell’attuale Indonesia facevano parte di una massa terrestre molto più grande, oggi conosciuta con il nome di Sundaland. In altre parole, il mondo di allora non era semplicemente una versione più fredda di quello attuale. Era geograficamente diverso.

Un Mediterraneo completamente diverso
Prima dell’ultimo grande disgelo, il paesaggio del Mediterraneo era molto diverso da quello attuale. Sardegna e Corsica formavano praticamente un’unica grande isola, mentre tra Sicilia, Malta e le coste vicine esistevano estese porzioni di terra oggi sommerse. Il mare Adriatico era molto più ridotto e il Po attraversava una pianura enorme, molto più vasta di quella odierna.

Doggerland in Nord Europa
Uno degli esempi più impressionanti è Doggerland, la vasta regione che durante l’ultima glaciazione univa l’attuale Gran Bretagna all’Europa continentale. Dove oggi si estende il Mare del Nord esistevano pianure, fiumi, laghi, zone umide e territori frequentati da gruppi umani per millenni. Con la risalita del livello del mare, iniziata alla fine dell’ultima era glaciale, questo paesaggio venne progressivamente sommerso fino a scomparire quasi del tutto. Oggi ne restano tracce sul fondale marino, insieme a reperti, ossa e antichi corsi d’acqua: la prova concreta che interi territori abitati possono essere cancellati dalla geografia visibile e sopravvivere soltanto sotto il mare.

Quando cominciò a sciogliersi il grande ghiaccio
Durante l’ultima era glaciale, immense quantità d’acqua erano imprigionate nelle calotte di ghiaccio che ricoprivano vaste regioni del Nord America e dell’Europa settentrionale. In alcuni punti questi ghiacci raggiungevano spessori enormi. Di conseguenza, negli oceani c’era molta meno acqua rispetto a oggi e il livello del mare era molto più basso.
Quando il clima cominciò a riscaldarsi, quella gigantesca quantità di ghiaccio iniziò lentamente a tornare allo stato liquido. Ma il processo non avvenne con la stessa velocità per tutto il tempo. Ci furono periodi relativamente tranquilli e altri durante i quali il livello dei mari aumentò molto più rapidamente.
Nel corso di migliaia di anni, il livello degli oceani salì complessivamente di circa 120 metri. A prima vista può sembrare un numero astratto, ma basta immaginare cosa significhi per una pianura costiera quasi completamente piatta: il mare non avanza di pochi metri. Può avanzare per chilometri, cancellando progressivamente interi territori.
Un mondo che cambiava davanti agli occhi
Per le popolazioni dell’epoca, il disgelo non fu quindi soltanto un cambiamento climatico. Significò vedere il paesaggio trasformarsi rapidamente. Una baia poteva diventare un tratto di mare aperto. Una pianura poteva trasformarsi in una palude, poi in una laguna e infine scomparire sotto l’acqua. Un’isola poteva separarsi definitivamente dalla terraferma. Antichi percorsi utilizzati per secoli potevano diventare impraticabili.
Le persone erano costrette a spostarsi, seguendo progressivamente le nuove coste e abbandonando territori nei quali i loro antenati avevano vissuto per generazioni. Per noi il processo è visibile soltanto sulle carte geografiche ricostruite dagli studiosi. Per chi visse allora, invece, era qualcosa che accadeva realmente sotto i propri occhi.
Poi arrivò il mare
Lo scioglimento dei grandi ghiacciai del Nord Europa e del Nord America liberò quantità immense d’acqua. Le coste iniziarono lentamente ad arretrare, ma in alcune fasi il cambiamento fu molto più rapido.
Territori che per migliaia di anni erano stati pianure, valli fluviali o zone costiere finirono sotto il mare. E proprio le coste, ieri come oggi, erano tra i luoghi più favorevoli alla presenza umana: offrivano acqua, pesca, vie di comunicazione e territori generalmente più facili da attraversare.
Questo è un dettaglio fondamentale. Non furono sommerse necessariamente terre marginali e disabitate. In molti casi scomparvero proprio alcune delle zone che potevano essere più adatte alla vita. Per le popolazioni dell’epoca, tutto questo dovette assomigliare a una vera apocalisse.
Il mondo non è sempre stato quello che vediamo oggi
Uno degli errori più comuni è immaginare il passato usando la geografia attuale. Si guarda una carta moderna e, quasi senza accorgersene, si pensa che quelle coste, quei deserti e quei confini naturali siano sempre esistiti nello stesso modo. Ma non è così.
Il disgelo iniziato circa 14.000 anni fa, il bombardamento delle comete avvenuto circa 12.800 anni fa, ormai accettato e provato dalla comunità scientifica nella sua totalità, lo Younger Dryas, una mini era glaciale verificatasi circa 11.800 anni fa, e infine la desertificazione del Sahara iniziata circa 9.000 anni fa hanno ridisegnato completamente l’ambiente in cui l’essere umano è vissuto negli ultimi 15.000 anni. Noi osserviamo il mondo dopo tutti questi eventi. Ma le popolazioni che ci hanno preceduto vivevano in un pianeta diverso.
Quante tracce sono finite sotto il mare?
Non ci vuole una laurea in archeologia per comprendere un fatto molto semplice. Se una città, un villaggio o un insediamento si trovava lungo una costa oggi sommersa, allora ciò che ne rimane si trova sotto il mare. E in molti casi potrebbe essere coperto anche da metri di sedimenti e fango accumulati nel corso dei millenni. Se lungo quelle antiche coste esistevano comunità organizzate, oggi potremmo trovarci davanti alle tracce di vere e proprie civiltà sommerse.
Questo significa che non è corretto affermare che conosciamo tutte le civiltà che si sono succedute nel nostro passato. Conosciamo soprattutto quelle che hanno avuto la fortuna di trovarsi nei luoghi giusti. Conosciamo le civiltà che non sono state sommerse dall’innalzamento delle acque, quelle che non sono state cancellate da eventi catastrofici, e quelle che non si trovavano in regioni come il Sahara prima che diventasse un deserto.
Noi siamo solo i sopravvissuti
Quando osserviamo i resti archeologici arrivati fino a noi, stiamo quindi guardando solo una parte della storia umana. Non necessariamente tutta la storia, ma la parte che è riuscita a sopravvivere.
Quello che oggi chiamiamo “passato conosciuto” potrebbe essere soltanto il frammento rimasto visibile dopo una lunga serie di trasformazioni climatiche e ambientali che hanno cancellato interi territori. E forse il punto più importante è proprio questo: noi siamo i sopravvissuti. Altri, prima di noi, potrebbero semplicemente non aver avuto la stessa fortuna. Accadrà ancora?
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