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NAN MADOL: La città che non dovrebbe esistere – parte 1

4 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Pohnpei è una piccola isola vulcanica sperduta nel Pacifico occidentale: misura appena 334 km² e soltanto 23 chilometri nel suo punto più largo. Circa l’81% del territorio è montuoso, un altro 14% è occupato da mangrovie e zone paludose, mentre appena il 5% è costituito da terreni pianeggianti: poco più di 16 km². In un ambiente del genere, soprattutto in epoca antica, ci aspetteremmo una popolazione relativamente ridotta, distribuita in piccoli insediamenti costieri e villaggi di pescatori. Una popolazione stabile nell’ordine di 10.000-14.000 persone rappresenterebbe già una presenza considerevole per un territorio di queste caratteristiche.


Rovine di Nan Madol

 

Pohnpei non è un’isola posta a poche miglia dalla costa di un continente: è circondata dall’Oceano Pacifico. Anche Guam si trova a circa 920 chilometri di distanza, mentre per raggiungere una grande massa terrestre come la Nuova Guinea bisogna attraversare circa 1.700 chilometri di oceano.

Su un’isola di poco più di trecento chilometri quadrati, con pochissimo terreno pianeggiante e separata dalle grandi terre da enormi distanze marine, sarebbe naturale aspettarsi di trovare qualche villaggio costiero, canoe, abitazioni leggere e una società adattata alla pesca e alle risorse locali. Invece troviamo oltre cento isolotti artificiali, mura monumentali e gigantesche strutture di basalto.

 

Questa città esiste, e si chiama Nan Madol, ed è costruita quasi interamente utilizzando enormi colonne di basalto vulcanico, sovrapposte e incastrate per creare mura, piattaforme, terrazze e complessi monumentali. La città antichissima è parzialmente sommersa.

 

Il basalto utilizzato a Nan Madol ha una densità media di circa 2.800–3.000 chilogrammi per metro cubo. Se si considera non soltanto l’area monumentale oggi visibile, ma anche le strutture sommerse, quelle nascoste nella foresta e le piattaforme che potrebbero appartenere a una città originariamente molto più estesa, il volume complessivo della pietra utilizzata potrebbe raggiungere circa 4,5 milioni di metri cubi. Tradotto in peso, significa qualcosa nell’ordine dei 13 milioni di tonnellate di basalto.

 

Per comprendere l’ordine di grandezza basta fare un confronto. La Grande Piramide di Giza viene generalmente stimata in circa 6 milioni di tonnellate. Se queste stime sulla Grande Nan Madol fossero corrette, la quantità complessiva di pietra utilizzata nella città del Pacifico sarebbe superiore al doppio. E tutto questo sarebbe stato realizzato su un’isola remota, senza animali da tiro, senza mezzi meccanici e senza una rete stradale paragonabile a quella delle grandi civiltà continentali.


Localizzazione di Nan Madol

 

Il problema non riguarda soltanto il peso totale della città. Ogni singolo elemento doveva essere estratto, spostato e collocato. Nel modello ricostruttivo sviluppato nel capitolo, un blocco medio di basalto di circa mezzo metro cubo avrebbe potuto pesare intorno a 1,45 tonnellate. Per raggiungere una massa complessiva di 13 milioni di tonnellate sarebbero quindi serviti quasi nove milioni di blocchi. Milioni di elementi da cavare, trasportare attraverso un ambiente tropicale o via mare e infine posizionare con precisione all’interno delle strutture.

 

Una parte del basalto utilizzato per costruire Nan Madol è stata collegata alla zona di Sokehs, situata sul lato opposto di Pohnpei rispetto alla città. Secondo il capitolo, circa il 40% del basalto colonnare proverrebbe da quella zona. Per il restante materiale, invece, l’origine non sarebbe ancora completamente chiarita. Questo significa che enormi quantità di pietra dovettero comunque essere trasportate per chilometri prima ancora di poter essere utilizzate nel cantiere.

 

Se immaginiamo che almeno una parte significativa del trasporto avvenisse sull’acqua, il problema richiede imbarcazioni capaci di sostenere carichi enormi. Nel modello proposto nel capitolo vengono ipotizzate grandi imbarcazioni multiscafo in grado di trasportare contemporaneamente diversi blocchi da oltre una tonnellata ciascuno. Per mantenere un ritmo di costruzione sufficientemente rapido sarebbero state necessarie decine di squadre operative ogni giorno, centinaia di marinai e trasportatori, oltre agli uomini impegnati nelle cave e nella posa delle pietre.


Rovine di Nan Madol

 

Ma il cantiere non avrebbe richiesto soltanto forza fisica. Servivano persone che costruissero e riparassero le imbarcazioni, producessero gli attrezzi, organizzassero i turni di lavoro, controllassero le cave, distribuissero il cibo e coordinassero migliaia di uomini. A questi si aggiungevano agricoltori, pescatori e tutte le persone necessarie a sostenere una popolazione impegnata in un progetto monumentale. Nel modello ricostruttivo, il cantiere avrebbe potuto coinvolgere ogni giorno tra 3.000 e 3.500 persone.

 

Ed è forse questo il vero mistero di Nan Madol. Non tanto come venisse sollevato un singolo blocco, ma quale tipo di società fosse capace di organizzare tutto questo. Una città di queste dimensioni presuppone comando, pianificazione, conoscenza del territorio, capacità di trasporto, gestione delle risorse e una continuità politica sufficientemente forte da mantenere operativo un progetto gigantesco per molti anni.

 

Quando osserviamo Nan Madol come una semplice serie di rovine sparse tra mare e foresta, rischiamo quindi di perdere il vero significato del sito. Il problema non è soltanto archeologico. È logistico. Milioni di tonnellate di pietra non si spostano per caso. Milioni di blocchi non vengono estratti, trasportati e posizionati senza una struttura organizzativa capace di coordinare persone, risorse e conoscenze.

 

Chi aveva, nel mezzo del Pacifico, la capacità di organizzare un’impresa del genere? Per capire davvero cosa significa costruire Nan Madol, può essere utile fare un paragone con l’Egitto. Le piramidi non furono costruite da gruppi occasionali di uomini che trascinavano pietre nel deserto. Dietro la Grande Piramide esisteva una civiltà complessa: uno Stato centralizzato, un’amministrazione capace di organizzare migliaia di lavoratori, cave controllate, trasporti sul Nilo, artigiani specializzati, approvvigionamenti alimentari, sacerdoti, tecnici e una struttura politica sufficientemente stabile da sostenere un progetto monumentale per anni.

 

Quando guardiamo la Piramide di Cheope, infatti, non vediamo soltanto milioni di tonnellate di pietra. Vediamo indirettamente tutto ciò che doveva esistere dietro quelle pietre: villaggi, campi coltivati, funzionari, magazzini, imbarcazioni, sistemi di misurazione, gerarchie, conoscenze tecniche e una società capace di produrre abbastanza cibo da mantenere migliaia di persone che non erano impegnate direttamente nell’agricoltura. La piramide è soltanto la parte visibile di una civiltà molto più grande.


Colonne di basalto sommerse

 

Per coerenza, lo stesso ragionamento dovrebbe essere applicato a Nan Madol. Se davvero per la sua costruzione furono movimentate milioni di tonnellate di basalto, non possiamo immaginare dietro il sito una piccola comunità insulare priva di una struttura complessa. Doveva esistere un sistema capace di estrarre la pietra, trasportarla per chilometri, costruire e mantenere grandi imbarcazioni, coordinare centinaia o migliaia di lavoratori, nutrirli e organizzare il cantiere. E tutto questo in uno degli ambienti geograficamente più difficili del pianeta: nel mezzo dell’Oceano Pacifico.

 

In altre parole, Nan Madol non presuppone soltanto buoni costruttori. Presuppone una civiltà. Una civiltà con una rete economica, una classe dirigente, conoscenze nautiche, capacità di pianificazione e probabilmente collegamenti stabili con altre isole. La città monumentale che vediamo oggi sarebbe quindi solo il prodotto finale, il monumento sopravvissuto, proprio come le piramidi sono ciò che resta visibile dell’antico Egitto.

 

Ma Nan Madol è costruita su una piccolissima isola sperduta nell’Oceano, praticamente costruita in mezzo la nulla. Se dietro quelle mura esisteva una società abbastanza organizzata da realizzare un’opera di tali dimensioni, dove sono finite le altre tracce di quella civiltà? Dove sono i suoi grandi insediamenti, i suoi porti, le sue rotte, i suoi centri produttivi? Dove sono le strutture necessarie per sostenere una popolazione capace di costruire e mantenere una città monumentale?

 

E’ chiaro che gran parte di quella civiltà deve trovarsi sott’acqua. In questo senso, Nan Madol è una delle più importanti prove che parte di antiche civiltà si deve trovare necessariamente sott’acqua. Dobbiamo solo iniziare a cercarle in maniera organizzata, senza paura di trovare qualcosa che rimette in discussione la nostra idea della storia dell’uomo.

 

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Homo Reloaded – 75.000 anni di storia nascosta

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